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Se il cane non fosse esistito...

Pietro Scanziani – da “Il Cane Utile” – ed. PAN – Roma



“Se il cane non fosse esistito voi non leggereste questo libro ed io non l'avrei scritto, giacché l'umanità sarebbe analfabeta.
E' stato il cane a fare uscire l'uomo dallo stato di selvatichezza e ad offrirgli gli albori della civiltà.
Senza il cane, l'uomo avrebbe potuto restare eternamente un cacciatore semiaffamato e seminudo, ogni giorno immerso nella ricerca della preda per sfamare sé e i suoi. Se pure la fame gli avesse permesso di pensare ad altri, all'infuori di se stesso.


Il cane l'ha fatto divenir pastore. Pastorizia significa cibo assicurato, la blandizia del latte, la saporosità del formaggio, il cosciotto allo spiedo.
Non più cacciatore affannato e inquieto, bensì placido e ridente, certo di poter mangiare quante volte desidera.
Un uomo con tre cani cura cento pecore, solo non ne cura tre.
Senza il cane, neppure l'idea della pastorizia. Niente pastorizia e quindi niente vestiti, se non pelli fetenti d'animali uccisi.
Invece il pastore si veste di lana, si fabbrica le ciocie e non va più scalzo. Senza abiti, niente pudori.

Senza cane, niente astrologia né (sorella minore) astronomia. Il pastore ha tempo per oziare, ossia per pensare, giacché il pensiero richiede una certa quantità di calmi agi. Il pastore guarda il sole, esamina le stelle, ne verifica il corso, ne osserva le ellissi. Il pastore pensa e quindi disegna (Giotto fu pastore), disegna e quindi scrive.
Scrive e quindi cessa dall'essere un irsuto abitatore di caverne, un infreddolito mangiatore di cadaveri, per diventare una creatura nuova, dallo sguardo dominatore e dal pensiero che sale.

Senza cane, niente virtù. Come potresti chiedere di essere virtuoso a un selvaggio che o sta in agguato o teme l'agguato altrui? La virtù non è vestita di pelli sanguinolente, bensì di candida stola, tessuta da donne placide, inventrici del fuso, domesticatrici dei cereali. I figli dei sereni mangiatori di latte e di formaggi sono meno impulsivi e frenetici dei figli di divoratori di prede ancor palpitanti. I figli dei pastori inventano il diritto e s'inchinano alla legge.

Senza cane, niente agricoltura, perché il pastore è nomade fino al giorno in cui un luogo di pascoli gli piace e vi resta e diventa contadino.
Senza agricoltura niente commercio, né, più tardi, industrie. I popoli navigatori sono figli di contadini e nipoti di pastori. Chi caccia e con la caccia si ciba, resta a terra o al più pesca, ma non pensa neppure d'avventurarsi sui mari.
Senza cane, niente navigazione.
Senza cane, eterna guerra con le belve, con i nemici. Il cane veglia e ti lascia dormire. Dormire significa entrare in rapporto con i mondi ultraterreni e portare in terra, ogni mattino, luminosa polvere di stelle.
Il sonno agitato dietro il fuoco acceso dal cacciatore, timoroso di divenire a sua volta preda, è diverso dal placido riposo del pastore che ha una capanna e fuori il cane a difenderlo.

Senza cane, niente religione oppure una religione embrionale, quella del selvaggio che adora una pietra, non avendo avuto mai il tempo di lanciare la propria anima, dritta come un dardo, fino a Dio.
Il cane ci ha dato l'ozio e l'ozio (padre di tutte le virtù) ci ha dato il saggio e il santo.

Senza cane, niente amore. Il cacciatore ognor fuggente agguanta la donna e poi se ne va. Il pastore ha il tempo per amare ed ha la casa, luogo per amare. Senza cane e senza casa, niente paternità, senza paternità non v'è famiglia, non v'è tradizione.

Senza cane e senza amore niente poesia, la prima delle arti. Il pastore canta, il cacciatore grida. Senza cane niente musica, né architettura. Senza cane niente uva, senza vino niente danza.


Abbiamo avuto civiltà senza cavallo, persino civiltà senza ruota, mai civiltà senza cane.

Senza cane, niente uomo.

 

 

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