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Educare significa addestrare?

di Anna Morandi




Esiste comunemente una certa confusione di termini quando si parla di educazione e addestramento del cane: unica cosa sicura è che il cane va “educato”.
Stando all’etimologia stretta “educare” deriva dal verbo latino “educere”, che significa “trarre fuori da”, e di conseguenza l’atto educativo consisterebbe essenzialmente nel far emergere dall’interno la personalità e le potenzialità del soggetto da educarsi.
Questa è la lezione della migliore pedagogia da fine Ottocento in poi, dove il bambino non è più un contenitore passivo da riempire, ma un soggetto attivo che interagisce pienamento nell’atto educativo stesso.
Anche il cane nei primi mesi della vita deve acquisire quella serie di regole e comportamenti necessari perché la convivenza con il proprio “umano” sia un’avventura intensa e piacevole per entrambi.
Chiunque pertanto si appresti ad accogliere un cane, meglio se preso da cucciolo, deve affrontare il problema della sua educazione, facendo in modo che acquisisca le regole base della convivenza.
E’ importante tener presente che in un cane il completo sviluppo delle vie nervose per quanto riguarda il comportamento (= maturità psicologica e comportamentale) non corrisponde al concetto di soggetto equilibrato dal punto di vista umano. Una componente fondamentale da tener presente è che il cane porta sempre con sé la fondamentale caratteristica della NEOTENIA, che significa mantenere caratteristiche giovanili per tutta la vita… se ciò non fosse avremmo dei “lupi in casa”. In tale contesto l’educazione è l’aiuto che l’uomo può fornire al cane in crescita nel potenziamento del carattere e delle sue potenzialità migliori e potrà essere attuata solamente con un “padrone” consapevole,ma anche con l’aiuto di corsi che ormai in molti ambienti vengono organizzati.
L’attività di “addestramento” invece è finalizzata a qualche risultato di solito “sportivo”e presuppone però l’avere già educato il proprio cane rispettandone i ritmi d’apprendimento.

L’addestramento diventa quindi una vera e propria attività sportiva, dove lo sport praticato prevede un attivo rapporto col proprio cane, in un continuo misurarsi con un altro essere vivente capace di interagire e di dare risposte autonome anche imprevedibili.
Molte attività sportive praticate col proprio cane, tra cui le prove di lavoro per razze da utilità e difesa, le prove di caccia, i brevetti FH... risultano tutte prove che prevedono lunghi addestramenti e che nulla hanno di coercitivo sul cane.
Portare un cane a fare una pista, seguire percorsi guidati, svolgere un’attività prevista per una prova può risultare anche per lui un gioco piacevole proprio per il rapporto e l’interazione che nasce col proprio padrone.
E se l’addestramento del cane risulta mirato anche ad una sua attività sociale (si pensi ad esempio alle simulazioni d’attacco per i cani della polizia), non necessariamente queste prove di violenza “indotta” rappresentano un trauma per il cane, che continua a “giocare” positivamente col suo referente uomo imparando ad essergli utile.
In fondo, senza che questo continuo confronto con il bambino risulti irriverente per qualcuno, non è sempre della migliore pedagogia il concetto che l’attività ludica è la prima profonda attività didattica ed esperienziale anche umana?

 

 

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